VLEKT: perché la VLCKD oggi è una terapia
Nel 2024 è stata proposta ufficialmente una nuova nomenclatura per la Very Low Calorie Ketogenic Diet (VLCKD). Il gruppo di esperti “KetoNut”, in collaborazione con la Società Italiana di Nutraceutica (SINut) e l’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI), ha suggerito di adottare il termine Very Low Energy Ketogenic Therapy (VLEKT) . Il tutto è pubblicato in questo articolo: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11327192/pdf/13668_2024_Article_560.pdf
Il cambiamento non rappresenta un semplice aggiornamento terminologico, ma una presa di posizione scientifica precisa. La chetogenica a bassissimo apporto energetico non può più essere descritta come una semplice “dieta”, bensì deve essere riconosciuta come una terapia nutrizionale strutturata, con indicazioni, limiti e modalità applicative definite.
Negli anni il termine “ketogenic diet” è stato utilizzato per descrivere modelli alimentari molto differenti tra loro: la dieta chetogenica classica impiegata in ambito neurologico, diete low-carbohydrate generiche, regimi ad alto contenuto di grassi, fino alla VLCKD utilizzata nel trattamento dell’obesità. Questa eterogeneità ha generato una rilevante confusione interpretativa, sia nella pratica clinica sia nella letteratura scientifica, rendendo difficile confrontare correttamente gli studi e comprendere quali protocolli fossero realmente oggetto di valutazione. La necessità di una standardizzazione terminologica nasce proprio dall’esigenza di distinguere con chiarezza la terapia chetogenica a bassissimo apporto energetico per l’obesità dalle altre forme di dieta chetogenica.
La sostituzione della “C” di Calorie con la “E” di Energy non è un dettaglio formale. Il termine “calorie” poteva generare ambiguità e fraintendimenti, mentre “energia” richiama in modo più appropriato il concetto fisiologico di bilancio energetico. La VLEKT si caratterizza per un apporto energetico inferiore a 800 kcal al giorno, una restrizione dei carboidrati generalmente inferiore a 30–50 grammi quotidiani e un apporto proteico calibrato sul peso ideale del paziente, evitando eccessi che potrebbero interferire con il mantenimento della chetosi attraverso meccanismi di gluconeogenesi. Anche la componente lipidica deve essere qualitativamente orientata e controllata. Non si tratta dunque di una dieta iperproteica o sbilanciata, ma di un protocollo metabolico preciso, costruito su parametri ben definiti.
L’elemento più significativo della nuova denominazione è tuttavia la parola Therapy. Definire la VLEKT una terapia significa riconoscerne la natura clinica. Essa presenta indicazioni specifiche, in particolare nel trattamento dell’obesità e dei disordini metabolici correlati; possiede controindicazioni; richiede una valutazione preliminare; necessita di monitoraggio clinico e biochimico; implica un follow-up strutturato. La chetosi nutrizionale indotta rappresenta uno stato metabolico controllato, con adattamenti sistemici che devono essere supervisionati. Per questo motivo la VLEKT non può essere autogestita né considerata un modello alimentare applicabile indiscriminatamente.
Un ulteriore aspetto centrale è la temporalità. Una terapia, per definizione, ha un inizio e una fine. La fase chetogenica è finalizzata al raggiungimento di obiettivi metabolici specifici, quali la riduzione della massa grassa e il miglioramento dei parametri clinici, ma non è concepita come regime permanente. La VLEKT non è uno stile d vita!
Il modello descritto nel consensus prevede infatti una progressiva fase di transizione, con reintroduzione graduale dei gruppi alimentari e ritorno a un’alimentazione completa e bilanciata. L’esito auspicato non è la dipendenza da uno schema restrittivo, bensì l’autonomia alimentare. La fase successiva alla terapia assume quindi un valore educativo fondamentale: accompagnare il paziente verso una dieta equilibrata, sostenibile nel lungo periodo, che includa tutti i gruppi alimentari in modo appropriato e personalizzato.
Il passaggio da VLCKD a VLEKT rappresenta quindi un’evoluzione concettuale coerente con la maturazione della letteratura scientifica. La nuova nomenclatura contribuisce a delimitare con maggiore precisione l’ambito di applicazione dell’intervento, a ridurre le ambiguità interpretative e a ribadire che si tratta di una terapia nutrizionale a basso apporto energetico, temporanea e supervisionata, inserita in un percorso più ampio di educazione alimentare e stabilizzazione metabolica.
Chiamarla correttamente significa collocarla nel suo contesto appropriato: non uno stile di vita, ma uno strumento terapeutico da utilizzare in modo competente, con obiettivi chiari e con una conclusione altrettanto definita.










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